Salvatore Veca

Salvatore Veca
ottobre 8, 2021 Redazione

Con sorpresa abbiamo appreso la scomparsa di Salvatore Veca. È stato un padre della filosofia politica italiana per come oggi la conosciamo. Autore di una sterminata produzione saggistica, Benemerito della Scienza e della Cultura, ha insegnato, durante la sua brillante carriera, nelle università della Calabria, di Bologna, Milano, Firenze e Pavia.

Veca, però, era soprattutto un uomo gentile e profondo. Di una gentilezza rara, la cui forma è radicata nell’anima. La sua intelligenza è stata notoriamente attenta, scrupolosa e al tempo stesso versatile, coraggiosa. La produzione scientifica è stata lo specchio della sua umanità, sistole e diastole di una vita unica. Pur destreggiandosi con maestria fra gli specialismi della filosofia, è sempre rimasto sincronizzato, con una spiccata sensibilità, ai problemi vissuti dalle donne e dagli uomini dei diversi tempi che ha attraversato.

Insieme abbiamo ideato e costruito la casa editrice, e progetto politico-culturale, “Società aperta”. Già a partire dal nostro primo incontro è emerso lo spirito dell’iniziativa che possiamo ritrovare sintetizzato in queste parole di Veca: “Oggi liberalismo e democrazia, in tandem, si trovano a fronteggiare nell’arena globale la grande sfida dei regimi “democratici” illiberali e dei regimi autocratici. E, al tempo stesso, devono mettersi alla prova per favorire la transizione al verde e al blu (l’ambiente e il digitale), al centro della recente agenda dell’Unione europea ai tempi della pandemia, l’inclusione sociale e la riduzione delle crescenti diseguaglianze. Per questo Società aperta si propone di offrire al lettore le tessere più illuminanti del complesso mosaico del liberalismo”.

Veca, come il suo “maestro” americano, John Rawls, era un sincero e raffinato liberal. Un teorico e un cittadino che, amando sopra a ogni altra cosa la libertà, aveva al tempo stesso sempre chiarissimo quanto possano essere devastanti, a livello sociale e individuale, le ingiustizie derivanti dall’eccessivo accentramento di potere e di ricchezze, e i rischi connessi all’indigenza e alla penuria di mezzi idonei ad affrontare le sfide della società contemporanea. Veca ci ricorda che il cuore del liberalismo sta nella tutela di ogni singolo individuo attraverso la limitazione dei poteri politici e sociali. È da questa eterna forza “rivoluzionaria” che sono nate le costituzioni, lo stato di diritto, la divisione di poteri; ma anche, in una complessa eppur comprensibile continuità, i diritti sociali e le conquiste della giustizia come equità.

Durante i nostri incontri, pubblici e privati, Veca amava citare il suo Rosselli: “Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente”. La grande sfida, che lo chiamava all’azione, era proprio la quadratura del cerchio fra i principi di libertà e di eguaglianza: qualcosa che non si raggiunge mai in definitiva, ma che si costruisce in maniera imperfetta, senza catechismi o “magnifiche sorti e progressive”. Era proprio questa imperfezione, e i nostri tempi in rapido mutamento, a interrogare la sua intelligenza e a reclamare la sua passione per la politica.

Davanti al problema della crisi della democrazia liberale, ci ha sempre esortati a evitare facili scorciatoie e soluzioni preconfezionate. Rimane oggi una pesante eredità, e al contempo una sfida aperta, che è necessario raccogliere per affrontare i problemi che affliggono il nostro tempo.

 

Gabriele Giacomini e Luca Taddio